6.2.15

Italiano Medio - la recensione e un paio di considerazioni marginali -


E' un buon film.
Porta sullo schermo molti degli stilemi di Maccio Capatonda ma non si fa schiacciare da essi, riuscendo a costruirsi una propria identità. Non è, insomma, una serie di scenette appiccate l'una all'altra.
E questo era il primo pericolo.
Fa ridere. Spesso.
E questo era il secondo pericolo.
Non tradisce lo spirito della comicità di Capatonda.
E questo era il terzo pericolo.
E' girato degnamente. Sia chiaro, non è Fincher, ma non ci sono le atrocità in termini di grammatica cinematografica base che spesso si vedono nei film dei comici italiani.
E questo era il quarto pericolo.
Non è eccessivamente retorico. Per carità, lo è, perché se cerchi di stigmatizzare i mali di un'intera società r cultura, la retorica e la generalizzazione è inevitabile. Ma nel suo dire merda di questo paese e di chi lo anima, il film ha uno sguardo abbastanza impietoso verso tutti, tanto i "cattivi" quanto i buoni, e questa cosa lo redime parecchio.
Per il resto, la pellicola ha debiti evidenti tra i più disparati (basti dire che passiamo da Fight Club a Fantozzi fino al primo Nanni Moretti) ma questo non è per nulla un male, visto che il risultato complessivo è un'amalgama riuscita.
Il film parte benissimo, poi si dilunga un poco nel mezzo ma si riprende ottimamente nel finale.
Belli tutti i personaggi, a eccezione di quello interpretato da Lavinia Longhi. Lei è brava ed è chiamata al compito ingrato di rappresentare l'unico "non mostro" del film, ma cade vittima della consueta poca attenzione che la maggior parte degli sceneggiatori maschi (me compreso) dedicano alle figure femminili. Nel caso specifico, non è proprio chiaro perchè la povera Franca (questo il nome del personaggio) ci venga presentata inizialmente come l'unico personaggio equilibrato in un mondo di pazzi, e poi accetti una conclusione finale dettata solo dalla tesi del film, e non da reali motivazioni narrative.
Comunque sia, il primo film di Capatonda non sono due ore di vita perse e vale la pena vederselo al cinema perché no, "a casa sulla televisione che tanto è uno sketch allungato" non è la stessa cosa.

E ora passiamo a un paio di considerazioni.
Tutti quelli del settore con cui ho parlato dopo la proiezione in anteprima, al film non ci credevano.
Anzi, si aspettavano un bagno di sangue. Si diceva che il periodo d'oro di Maccio era quello di Mai Dire Gol e che ormai era passato. Che il suo tipo di comicità al cinema non poteva funzionare. Che era un film troppo cattivo.
Risultato: successo. No, scusate: SUCCESSONE.
E allora il fronte d'attacco è cambiato.
Adesso la voce dell'intellighenzia dice che sono buoni tutti a staccare i biglietti quando sei sostenuto dalla televisione, che il successo è arrivato solo grazie alla serie su MTV e che, proprio perché sei nato come un personaggio televisivo, la tua roba non è cinema.
Adesso, sarò scemo io: ma Benigni diventa famoso con la televisione e poi arriva al cinema. Sordi trova la sua prima, vera, popolarità, con la radio e la TV. Troisi viene conosciuto da tutti con i programmi televisivi e solo dopo fa cinema. Verdone idem. Belushi e tutti quelli del Saturday idem. Ma di che stiamo parlando?
Ora, sia chiaro, come regista Capatonda sa fare l'ABC, e lo fa in maniera corretta e senza sbavature, che rispetto ad un Antonio Albanese, per dire, è già un miracolo. E non è che il primo Moretti fosse molto più articolato come linguaggio cinematografico, eh?
Quello che conta è che il film sia girato bene e con sobrietà e scritto meglio.
Questo Italiano Medio è buon cinema. Non un capolavoro, ma una notevole opera prima.
Fatevene una ragione.
E copulate di più.


4.2.15

Ciao, Ade.


Oggi tutti lo ricordano come una persona disponibile e gentile.
E lo era, senza dubbio.
Ma io, nei suoi anni del fumetto, me lo ricordo come uno dal carattere difficile, provocatore, polemico, vitale, incazzoso, insofferente a certi meccanismi del sistema e a certi atteggiamenti.
Ade è stato il primo a creare un personaggio bonellide capace di battersela con quelli di Via Buonarroti e di reggere negli anni. Molti anni.
Ade è stato uno dai primi a fondare una propria casa editrice indipendente e libera, dove ha potuto raccontare le storie che gli altri non gli davano modo di raccontare e poi ha dato la stessa libertà ad altri autori, affermati e non.
Ade è stato uno capace di andarsene.

Insomma, per me, un modello.
Come ha detto meglio di me il buon Leo Ortolani, Ade ha indicato una via.
E io gli dico grazie.



28.1.15

di John Ghost e di Dylan Dog 341


Domani esce Al Servizio del Caos, albo 341 di Dylan Dog.
Ai disegni Angelo Stano (firma copertina, prologo ed epilogo della storia, oltre ad aver realizzato il character design di John Ghost) e Daniele Bigliardo (che illustra gran parte dell'albo).
Qui di seguito vi posto i testi che arricchivano l'albo a tiratura limitata, distribuito in quel di Lucca Comics & Games 2015, dedicato a John Ghost.



NON CHIAMATELA NÈMESI.
di Roberto Recchioni

nèmeṡi s. f., letter. – Propr. nome proprio, Nemesi (gr. Νέμεσις, lat. Nemĕsis), personificazione nella mitologia greca e latina della giustizia distributiva, e perciò punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo. Con uso fig., n. storica, espressione riferita ad avvenimenti storici che sembrano quasi riparare o vendicare sui discendenti antiche ingiustizie o colpe di uomini e nazioni;è una n., a proposito di un avvenimento considerato come un atto di giustizia compensativa. Talvolta anche col sign. generico di punizione o vendetta, con carattere di ineluttabile fatalità.

Questa la definizione del dizionario.
Curioso come poi, nell'uso comune, la parola nèmesi finisca per assumere un significato del tutto diverso. Si dice, per esempio, che Xabaras sia la nèmesi di Dylan Dog,
Eppure il vecchio rianimatore di cadaveri non punisce affatto chi turba l'ordine dell'universo. Semmai, è lui stesso ad attentare l'ordine in nome del caos. E fortuna che in più occasioni è arrivato Dylan a fermarlo. Ecco, in questa accezione, Dylan è sicuramente la nèmesi di Xabaras ma non il contrario. Nemmeno John Ghost è una nemesi dell'inquilino di Craven Road. Se vogliamo, potrebbe essere definito come il suo contrappunto, la sua antitesi. Lo yin del suo yang.
Bello. Freddo. Dotato di una spietata intelligenza. Ricco. Ama le cose di lusso e di circonda di arte.
Il suo sarto preferito è Henry Poole & Co, la sartoria degli uomini più potenti d'Inghilterra. Ama gli scritti di Raymond Carver (ma solo perché sono brevi e non significano nulla, secondo lui) e i Beatles. Tra John e Paul, preferisce Paul ma solo perché conosce il suo segreto.
Non ama il cinema ma quando vuole rilassarsi ama i videogiochi. E' un profondo conoscitore della tecnologia moderna e un abile manipolatore dei mass media. Ma la sua vera passione è l'animo umano. La sua citazione favorita è: “fai ciò che vuoi” di Aleister Crowley.
Il campo in cui John Ghost eccelle è il caos.

“In principio era il Verbo, e Verbo era presso dio, e il Verbo era Dio”, così riporta il vangelo di Giovanni, nel primo secolo dopo Cristo. “Per primo fu il Chaos”, scrive invece Esiodo nella sua Teogonia, sette secoli prima. Il caos, la forza primordiale del vuoto, il buio che risucchia ogni cosa, secondo i greci. Dal marasma del caos nasce invece l'ordine secondo gli egizi, ma il caos, sempre nella teologia eliopolitana è anche una forza distruttrice da arginare e contenere attraverso la magia e la conoscenza che gli dei hanno donato agli uomini. Nelle culture orientali, invece, il caos è una forza distruttrice e disordine, ma è anche la causa del cambiamento e quindi, della rinascita. Nella fisica, il caos è la misura del disordine, l'entropia.

Il caos: una forza primordiale che precede le stelle, il disordine di tutte le cose, l'inevitabile apocalisse, l'alpha e l'omega dell'universo stesso. Ma cos'è il caso per John Ghost?
Un datore di lavoro esigente e capriccioso. Capace di donargli grandi poteri ma anche enormi responsabilità. Perché è il caos che ha ucciso i dinosauri. E sarà sempre il caso a sterminare la razza umana e a fare la vita a qualcosa che ne prenderà il posto.
Potrà John Ghost trovare l'equilibrio tra i suoi interessi personali e l'indifferente orrore cosmico voluto dal suo capo? E riuscirà Dylan Dog a resistergli in qualche maniera?

Tutte domande che troveranno le loro prime risposte nell'albo 341 dell'inedito mensile dedicato a Dylan Dog, in edicola a fine gennaio 2015. In questa storia assisteremo al primo incontro tra l'Indagatore dell'Incubo e quello che noi definiamo come un Agente del Caos e pur non volendo rivelare troppi dettagli per non rovinarvi il gusto della sorpresa, possiamo dirvi sin da subito che non esiste Bellerofonte senza la sua Chimera. E che tra i due non scorre mai buon sangue (ma cattivo sì, e anche parecchio).
Nel frattempo, godetevi questa piccola anteprima assolutamente esclusiva.

Che il Caos salvi la regina!


VESTIRE IL CAOS
di Angelo Stano

John Ghost appartiene a una ristretta elite finanziaria di uomini di potere. La sua posizione sociale, unitamente al suo aspetto, misurato ed elegante gli conferisce un indubbio fascino. Come è facile immaginare, non si fa mancare, anzi ostenta, ogni bene di lusso, ma manifesta anche un gusto raffinato nel circondarsi di oggetti di alto valore estetico, che alimentano il proprio gigantesco narcisismo.Tuttavia la sicurezza e arroganza che porta con se, tradisce una natura perversa e malvagia.
Per la realizzazione grafica di questo personaggio, il nuovo arcinemico di Dylan Dog, che dovrebbe entrare nella galleria dei grandi "villain" del fumetto, ho cercato di rifuggire dai classici stereotipi dei cattivi, dai tratti marcati, sguardo arcigno, ghigno stampato sulla bocca, aspetto truce e via dicendo, puntando invece su una immagine più sfumata e ambigua.
Dietro suggerimento di Roberto, ho preso inizialmente spunto dal volto dell'attore Michael Fassbender, soprattutto nella rappresentazione del suo profilo, caratterizzato dalla fronte ampia e arretrata. Dei tratti frontali, ho conservato lo sguardo e il taglio della bocca. Per il resto ho preferito discostarmene.
Ho aumentato la larghezza della mascella e diminuita quella del cranio. Le orecchie rientrano nell'ovale del volto. Ho rafforzato e inarcato le sopracciglia, i capelli corti sono da intendersi rossicci di colore.
La figura è slanciata, robusta e elegantemente abbigliata con un completo bianco (inizialmente era stato disegnato scuro), giacca abbottonata e fazzoletto nel taschino. Il tutto dovrebbe conferire al personaggio un'aura di uomo carismatico e sicuro di se.
Ma è soprattutto nella messa in scena e nell'azione, che questo personaggio rivela tutta la sua anima nera. Il suo sguardo è freddo. Il sorriso sottile, inequivocabilmente sarcastico.Il suo atteggiamento, imperturbabile e sprezzante, non tradisce alcuna emozione. In definitiva, un uomo che sembra perseguire un piano diabolico che minaccia Dylan e l'intera umanità.





26.1.15

Del Corriere della Sera e della volta che mi sono seduto a chiacchierare con il suo direttore.



La sede del Corriere della Sera, vista da fuori, è un brutto palazzone grigio in Via Solferino.
Quando entri c'è una classica reception da struttura statale dove scambiare un proprio documento di identità con un badge, poi i tornelli, una porta di vetro e le scale.
E da quel punto in poi le cose cambiano, perché gli interni della redazione sembrano realizzati da qualcuno che aveva un solo scopo in mente: comunicare tutta la storia, la rispettabilità e l'autorevolezza del primo quotidiano d'Italia.
Sul serio, la redazione del Corriere è un posto che aderisce perfettamente all'idea stereotipata di come dovrebbero essere le redazioni dei quotidiani: soffitti alti, lampadari, parquet, infissi e porte di un legno bello, antico e vissuto e, alle pareti, le foto di tutti i grandi scrittori che sulle pagine del Corriere di sono avvicendati. Basterebbe leggere la sfilza dei nomi per rimanere impressionati e intimoriti. E magari finire per assumere un atteggiamento di umile sottomissione.
Oppure, al contrario, si può riflettere su come sia preziosa un'istituzione nazionale come il Corriere e su come fatti come quelli che sono successi non siano degni di questo quotidiano e che bisognerebbe fare in modo che non si ripetano in futuro.
Ed è con questo spirito che mi sono seduto nel bell'ufficio di Ferruccio De Bortoli, attuale direttore del Corriere.
La chiacchierata è stata piacevole e molto civile.
Il direttore mi ha specificato di quanto lui sia legato al mondo del fumetto (viene dalle pagine del Corriere dei Ragazzi) e di come, nel corso degli anni, sia stato vicino a figure importanti di questo mondo (da Pratt a Sergio Bonelli, per dire).
Proprio in virtù di questo ha fatto di nuovo le sue scuse personali a tutti quelli che nella faccenda del libro Je Suis Charlie si sono sentiti offesi e ha ribadito la sua responsabilità, in quanto direttore, per le molte leggerezze compiute (per quanto il vero dolo è stato fatto da chi quel volume lo ha fattivamente realizzato, garantendo poi che non ci sarebbero stati problemi di sorta).
Ha pure tenuto a sottolineare però che tutto è nato sulla spinta emotiva del momento, per aiutare e sostenere quelli di Charlie Hebdo, e che quindi, di fondo, non può essere solo una cosa negativa.

E qui ho alzato qualche obiezione.

- Perché le scuse private sono una bella cosa ma quelle pubbliche hanno fatto schifo e sono risultate insultanti.

- Perché dopo il danno c'è stata pure la beffa.

- Per i motivi esposti QUI e QUI.

- Perché un'iniziativa analoga sta venendo sviluppata in questo momento in Francia, ma con i giusti tempi e modalità. Che si fa presto a dire che "i proventi delle vendite del libro saranno destinati alla redazione di Charlie Hebdo" ma è molto più difficile definire i confini di questi proventi. L'iniziativa francese, per esempio, devolve i profitti di tutte le parti coinvolte: gli autori, le case editrici, i grafici, gli impaginatori, i tipografi, i distributori e i librai. In Italia, di questi aspetti non sappiamo nulla.

Che dice De Bortoli a proposito di queste criticità?
Si scusa per la sua collaboratrice, garantisce che a breve avremo un resoconto preciso degli aspetti economici dell'iniziativa e che tornerà a parlare di quanto successo sulle pagine del suo quotidiano.
Vedremo.


Il secondo punto affrontato è quello della causa legale.
Alcuni autori (molti, a dire il vero), hanno deciso di portare avanti un'azione legale.
E' una cosa che io penso che sia più che lecita, pur non essendo intenzionato a seguire questa strada (QUI una spiegazione delle mie motivazioni).
Rispetto a questo elemento, mi pare di capire che De Bortoli la ritenga inevitabile come appare inevitabile al sottoscritto che la soluzione di questo aspetto non finirà davanti a un giudice ma si risolverà con un accordo extra-giudiziale.
In sostanza, è molto probabile che gli autori riceveranno una compensazione economica a "saldo" del torto subito, in modo da appianare la questione.
Per me (ma, ripeto, è solo una mia opinione) questa cosa non significa nulla. Perché non sposta di una virgola il problema e non porta alcuna soluzione per il futuro.

Altra questione sollevata è quella dell'edizione del volume targata Rizzoli-Lizard per il mercato delle librerie di varia e le fumetterie.
Personalmente, ho comunicato al direttore che a me farebbe piacere che questa edizione fosse bloccata e ritirata. Perché se prima poteva esserci la mancanza di consapevolezza, adesso c'è la certezza che alcuni autori presenti nel volume realizzato dal Corriere siano stati pubblicati contro la loro volontà. E questa volontà è stata espressa a chiare lettere.
De Bortoli si è dimostrato possibilista sulla questione ma non mi ha dato alcuna certezza.
Anche qui: vedremo.

Infine, si è parlato di cosa si possa fare di positivo. Come, cioè, trasformare quella che è stata sicuramente una brutta pagina per la stampa italiana, in una possibile occasione di crescita.
E qui è venuta fuori la cosa più interessante.
Perché il direttore De Bortoli ha invitato tutti gli autori interessati a un incontro allargato.
Per discutere insieme del problema, sentire le motivazioni di tutti e cominciare a costruire una nuova policy interna per il Corriere della Sera. In modo da aiutarli a non commettere gli stessi errori in futuro e a sviluppare una maggiore consapevolezza sia nei confronti del fumetto e della satira, sia nel rapporto tra il quotidiano e il web.
E De Bortoli si è detto disponibile a far riprendere questo incontro e a renderlo pubblico sul web.
E a me questa pare una cosa davvero valida (per quanto mi puzzi troppo di 5 Stelle).

Quindi, giro l'invito a tutti voi.
Che dal Corriere vi siete sentiti offesi e bullati.
Volete provare a parlarci e a fargli capire, oppure vogliamo continuare a insultarli e basta?

Fatemi sapere.












23.1.15

John Doe 1. La Morte, l'Universo e Tutto quanto.


Ogni tanto qualcuno mi chiede come poter leggere John Doe, dato che i vecchi albi sono diventati difficili da trovare.
Non ho risposte.
Però, oggi, vi regalo il primo albo in digitale.
Lo potete scaricare da QUI.
Soggetto e sceneggiatura di Roberto Recchioni e Lorenzo Bartoli.
Disegni di Emiliano Mammucari.
Copertina di Massimo Carnevale.


17.1.15

American Sniper - la recensione -



Parlare di American Sniper, l'ultimo film di Clint Eastwood, non è semplicissimo.
Mettiamola così: siete allergici ai film di smaccata propaganda? Non andatelo a vedere.
Oppure: siete di quelli che se vedono sventolare due bandiere a stelle e strisce, si mettono a gridare "americanata"? Non andatelo a vedere. Non vi piacciono i film di guerra? Non andatelo a vedere. Non amate i western? Non andatelo a vedere. Siete nazimalisti? Non andatelo a vedere. Siete rigidamente a favore di rigide regole per il controllo delle armi? Non andatelo a vedere.
Perché, in breve, American Sniper è la storia, vera, del più letale cecchino della storia delle forze militari USA. Un Seal che, in quattro turni di servizio ha raggiunto la cifra di 160 vittime confermate. Ora, per Eastwood quest'uomo è un vero eroe nazionale e il film che gli costruisce attorno lo celebra.
Sia chiaro, è un punto di vista lecito, ma se analizziamo la pellicola dal punto di vista ideologico, non possiamo che definirla come il corrispettivo di questa:



Il finto film di propaganda girato da Eli Roth per l'Inglourious Basterds di Tarantino.
Che, guardacaso, celebra giusto un eroico cecchino (nazista, in questa caso).

Adesso, per me è importante questa cosa?
Non molto.
Anche La corazzata Potëmkin è un film di propaganda. E rimane un capolavoro del cinema mondiale, nonostante quello che dice il ragionier Ugo Fantozzi. Lo stesso vale per  Nascita di una Nazione e tanti, tanti, altri grandi film del cinema mondiale.
Quindi, sgomberato il campo dall'ingombrante fardello dello schieramento ideologico, parliamo del film e del suo regista.
Clint Eastowood ha ottantacinque anni. Solo che lui non va alla posta a lamentarsi, non guarda le repliche dell'Ispettore Derrick, non si ferma per strada a osservare i cantieri aperti.
Lui gira film.
E li gira con consapevolezza, misura e equilibrio. Come ha sempre fatto.
Unendo un gusto classicissimo per la narrazione alla John Ford (ed è per questo che i suoi film invecchiano benissimo) con la capacità di imprimere potenti accellerazioni nelle scene d'azione e violenza (e qui si vede tutto il suo debito nei confronti del cinema USA degli anni '60 e '70 e a Don Siegel in particolare).
Al netto di tutta la sovrastruttura ideologica, America Sniper è un bellissimo western, con tanto di duello a distanza tra due pistoleri nemici giurati, l'attacco al fortino e l'arrivo della cavalleria.
Poche sbavature. Pochissime.

Qualche scivolone eccessivo nella retorica più didascalica (ma siamo comunque lontani da J. Edgar, forse la prova recente meno felice del regista dagli occhi di ghiaccio) e qualche brutto effetto digitale. Poca roba.
Il resto è un film solido come la roccia, bellissimo da vedere, con un ritmo lento ma inarrestabile, graziato da una stratosferica scena di battaglia finale.
Da vedere. E rivedere.
E chi se ne frega della propaganda.





16.1.15

Uno ci prova a essere civile... ma guardate cosa scrive la marketing magager del Corriere.

Mi ricredo su ogni intento non belligerante.


Del come il Corriere della Sera sia incapace di dire: abbiamo fatto una cazzata.


Quando qualcuno ti dice: "pretendo delle scuse" non significa "voglio che tu adduca scuse come che il cane ti ha mangiato i compiti".
E nemmeno delle finte scuse in cui mentre fai finta di scusarti, non solo ribadisci il tuo punto, ma ti fai anche bello delle tue nobili intenzioni.
Ma tanto, a fronte di una lunghissima chiacchierata con la responsabile dei progetti collaterali del Corriere e con uno dei tanti Rastelli che popolano la redazione del giornale, mi è risultato abbastanza chiaro che più di questo dal "primo quotidiano d'Italia", non si poteva ottenenere.
In termini semplici: o non ci arrivano, o sono in cattiva fede.
Giuro che preferirei fosse la seconda ipotesi, perché almeno dimostrerebbe la consapevolezza.
Invece sono abbastanza convinto che sia la prima, cosa che denota tutta la profonda ignoraranza che ancora c'è nel nostro paese nei confronti del diritto d'autore, quello morale e il rispetto del lavoro.
Adesso che si fa?
Si può andare avanti con una causa legale o dimostrare di essere meglio di loro, fare spallucce e decidere che non vale la pena sbattersi con persone del genere. Specie perché tutta la questione è legata a un fatto atroce e non mi va di andare per avvocati in relazione a una cosa del genere.
Quindi, opto con la seconda ipotesi.
Faccio finta che le scuse di De Bortoli siano scuse vere e non la roba patetica che sono e prendo l'appunto mentale di non avere mai più nulla a che fare con il Corriere della Sera, con il direttore De Bortoli, con la vasta famiglia Rastelli, con Luisa Sacchi (che pure mi è sembrata una persona a modo), con la Rizzoli-Lizard e in special modo con il suo responsabile, Simone Romani (che si sgancia dalla questione dicendo che lui ha "solo eseguito degli ordini").
Avevate la possbilità di chiudere la questione in maniera pulita. Avete scelto di essere persone piccole. E con le persone piccole, non vale la pena di mettericisi.
Addio.

Per chi si è perso le puntate precedenti, potete leggere QUI e QUI. Oppure aprire Google che ci sono mille articoli a rigurardo.


15.1.15

Caro direttore De Bortoli del Corriere della Sera, per rispondere alla sua domanda... IO NON VOGLIO.

De Bortoli, il direttore del Corriere della Sera, si scusa per quanto successo (trovate tutto QUI).
Lo fa dalle pagine del suo quotidiano? No, in una intervista informale a Wired, che trovate QUI.
Si scusa perché ha pubblicato vignette su cui non aveva alcuno diritto in un libro, allegato al suo quotidiano e portato in libreria di varia da Rizzoli-Lizard? No.
Si scusa di non aver avvertito tutti per tempo e ribadisce che gli aventi diritto possono sentire il quotidiano per qualsiasi cosa (traduzione: se volete i soldi per la vignetta, ve li riconosciamo).

Adesso, Signor De Bortoli, io vorrei farle capire una cosa semplice:
io NON VOGLIO soldi da lei. E non voglio nemmeno che lei mi riconosca la proprietà di qualcosa che è già mia.
Io NON VOGLIO essere associato in alcuna maniera al suo libro che trovo orribile sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista ideologico.
NON VOGLIO che una mia vignetta, realizzata e diffusa gratuitamente sul web venga commercializzata da una operazione benefica di cui non conosco i dettagli.
NON VOGLIO, soprattutto, che una mia vignetta sia contenuta in un volume che si dice dalla parte di Charlie Hebdo e poi censura le vignette della rivista stessa e degli autori morti nella strage perché non adatte alla linea del giornale.

In poche parole, signor De Bortoli, per rispondere alla mail che lei ha fatto inviare agli autori DOPO l'uscita del volume, chiedendo il loro consenso (mail che, comunque, a me non è mai arrivata): IO NON VOGLIO.

Grazie e cordiali saluti.

Roberto Recchioni